giovedì, Luglio 25, 2024

Starship o la (volontà di) potenza di Elon Musk e SpaceX

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Vero, quel volo non ha solo centrato tutti gli obbiettivi che Musk e SpaceX si erano prefissati – in particolare la sopravvivenza di Ship 29 alla massima sollecitazione termica durante il rientro in atmosfera – e, nel mentre, emozionato gli appassionati realizzando il primo ammaraggio controllato di un Super Heavy, il Booster 11; la questione è che, pur trattandosi di un test, è riuscito ad adombrare il pur importante attracco della prima Starliner con un equipaggio sulla Stazione spaziale internazionale, come anche il fatto che, nel frattempo, la Cina con la missione Chang’e-6 stesse riportando a Terra, per la prima volta nella storia, campioni di suolo e rocce prelevati dal lato nascosto della Luna.

I motivi di questo squilibrio non risiedono tanto, o semplicemente, nella potenza mediatica di Musk e delle sue imprese extraterrestri, quanto nella loro potenza tout-court, nell’influenza che, de facto, esercitano su tutto il settore spaziale, ergo sugli equilibri politici globali, ergo sulla vita di tutti o quasi i cittadini del pianeta Terra, ne siano consapevoli o no.

Monopolio extra atmosferico

Come da lui stesso ricordato ad aprile in un incontro con i dipendenti dell’azienda, dopo avere effettuato 98 lanci nel 2023 (compresi i primi due test di Starship), cioè 91 in più di quelli effettuati dagli Stati Uniti grazie ad altri operatori, e decisamente più di quelli di Russia e Cina messe insieme, nel 2024 SpaceX potrebbe traghettare nello spazio il 90% della massa lanciata dal mondo intero, contro il 6% della Cina e il 4% di tutti gli altri.

Quando Starship sarà finalmente operativa – ecco il primo punto di interesse del vettore feticcio – la percentuale di SpaceX potrebbe salire al 99%, ha detto Musk.

Alla credibilità della prospettiva contribuisce, intanto, l’estrema affidabilità del Falcon 9, il gioiello della ditta, il vettore con cui SpaceX ha dimostrato all’ecosistema spaziale che il sacro Graal della riutilizzabilità non era (più) un mito. È stata una rivoluzione, che ha drasticamente ridotto il costo di lancio per chilogrammo portato oltre il cielo – dagli oltre 65mila dollari per un viaggio con lo Shuttle ai circa seimila attuali – e ha applicato la filosofia della gestione del rischio e dello sviluppo tecnologico in corso d’opera ereditate dalla Silicon Valley allo spazio, un settore tradizionalmente arroccato sui contratti a costo variabile, o cost plus, accessibili a pochi colossi (Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grummann su tutti).

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