domenica, Luglio 14, 2024

Un viaggio nel cinema di Martin Scorsese

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Seppur anche noi abbiamo provato ad approfondire in maniera completa il cinema di Martin Scorsese nella puntata numero 17 del nostro podcast (per ascoltarla clicca qui), possiamo dire che il regista americano ha raggiunto uno status di indagabile. Non perché non si possa dire o ricercare qualcosa sul suo cinema, sulla sua poetica, sul suo essere un grandissimo regista, ma perché ormai è stato detto tutto e il contrario di tutto sui film da lui diretti e su di lui come regista. Le singole scene, i movimenti di macchina, le battute, il montaggio di Taxi Driver, Toro scatenato, The Irishman o de L’ultima tentazione di Cristo sono stati oggetto di analisi filologiche e capillari da parte di appassionati e studiosi, e quindi ormai che dire del cinema di Scorsese? Corretto questo interrogativo, o no? Forse non proprio. Scorsese è un regista e fa cinema; il cinema è un’arte e come tale non può esaurire le sue fonti di ricerca e indagine a seguito soprattutto dell’evoluzione e della crescita del proprio percorso artistico. Stando a ciò, Mary Pat Kelly, autrice, sceneggiatrice e scrittrice statunitense, ha ben interpretato questo concetto e in un periodo in cui il cinema di Scorsese era all’apice (inizio degli anni Novanta del Novecento) ha deciso di raccontarne il suo viaggio nella sua settima arte dalle origini fino a Cape Fear – Il promontorio della paura. La sua analisi è racchiusa nel libro Martin Scorsese. Un viaggio (titolo originale Martin Scorsese. A Journey). La prima edizione statunitense è del 1991, con le successive ristampe, mentre la prima edizione italiana è del 2024 edita da Baldini+Castoldi nella collana I Fenicotteri, con la traduzione di Alberto Pezzotta, e comprende le prefazioni di Leonardo Di Caprio, Steven Spielberg e Michael Powell e la postfazione di Kent Jones. 

Uno sguardo all’indice. Pagine totali 471, suddivise nelle tre prefazioni, in un’intervista a Scorsese del 2022, il cast (poi vedremo di che si tratta), l’introduzione e lo sviluppo del libro. 11 capitoli che raccolgono tematicamente i periodi della vita del regista newyorkese e i suoi film; il capitolo 2, ad esempio, si chiama “Gli anni Sessanta”, e include i film What’s Nice Girl Like You Doing in a Place Like This?, It’s Not Just You, Murray!, Chi sta bussando alla mia porta?, Woodstock, The Big Shave e Street Scenes. Oppure il capitolo 9 si intitola “Gangster/prete” e tratta dei film New York Stories: Lezioni di vero e Quei bravi ragazzi. Chiudono il volume di Kelly i ringraziamenti e la filmografia. Ogni capitolo è indicativamente impostato seguendo uno schema che prevede un parte introduttiva dell’autrice che tiene le fila del discorso globale, del viaggio nella carriera di Scorsese, e mette in relazione gli argomenti e le conclusioni del capitolo precedente con quello successivo e poi le interviste. Sono più che altro delle testimonianze sul film in analisi e comprendono diverse voci; parla Scorsese, i suoi genitori in particolare nei primi capitoli quando si discute della formazione del regista, gli attori dei film, gli sceneggiatori, i produttori, i tecnici (importante a tal proposito per capire il metodo di lavoro di Scorsese sono le parole della storica montatrice dei suoi film Thelma Schoonmaker), e poi amici e conoscenti del regista. Di queste interviste, che Kelly ha raccolto negli anni, non è però proposta la domanda, ma solo la risposta che l’autrice ha intessuto in una successione narrativa accurata in cui si evincono sempre nuovi aspetti del film di cui si parla. La parola, ad esempio, va a Robert De Niro e lui racconta di come è nata l’idea del suo personaggio; poi interviene Paul Schrader che racconta della genesi del film; qualche aneddoto dal set, e poi l’interpretazione del film dalla voce dello stesso regista o dei produttori, la sua distribuzione e le considerazioni sul prodotto finito che solitamente sono dette dalla voce dello stesso regista e dei produttori. A spezzare un po’ il ritmo della parole ci sono delle immagini dal set che arricchiscono o semplificano quanto riportato nel testo.

Le tappe del viaggio. Dopo le dediche, una citazione dal libro di Isaia, una foto di Scorsese risalente al 1991, si passa alle prefazioni di Di Caprio, Spielberg e Powell, che sono degli atti di stima e di riconoscenza verso il regista newyorkese scritte con un certo pathos e parole di elogio. Successivamente il libro entra nel vivo con l’intervista a Scorsese del 2022. A tal proposito è necessaria una precisazione. Nel titolo del capitolo, come anche nell’indice, è riportata la data “2002”, ma crediamo sia un refuso dal momento che in questa parte del libro si parla anche degli ultimi film di Scorsese tra cui soprattutto Killers of the Flower Moon che proprio nel 2022 è stato prodotto. Poi si parla anche della nascita nel dicembre 2021 della fondazione Martin Scorsese Institute of Global Cinematic Arts. Un refuso, che se fosse vero può apparire abbastanza forviante (e convalida l’idea che l’edizione tradotta in italiano è quella statunitense del 2022). Comunque, questo capitolo introduttivo è utile per raccogliere alcune temi, riferimenti, storie in merito al cinema del regista e introdurre il lettore al viaggio. Infatti, successivamente si presenta il cast. In ordine di apparizione, come proprio in un film, sono elencati i nomi di tutti coloro che sono intervenuti con le loro dichiarazioni nel libro con accanto il ruolo ricoperto e/o la relazione di parentela o amicizia che lega ognuno di loro a Scorsese. Scelta utile questa per capire chi parlerà e già immaginare le sue parole. L’introduzione, poi, è il racconto del dialogo su Scorsese tra l’autrice del libro e un certo Antonio, «il critico di un importante quotidiano italiano» (p. 47) alla Mostra del Cinema del 1988, quando il regista portò in concorso L’ultima tentazione di Cristo. Kelly racconta la sua esperienza con il cinema di Scorsese e nell’ultima parte precisa le tematiche principali attraverso cui interpretare il cinema del regista newyorkese, e quindi il suo libro: cristianesimo e i suoi dogmi e James Joyce. A confermare questo punto di vista si possono leggere le parole finali di questo capitolo: «I film di Scorsese sono fatti per coloro di cui parla il profeta Isaia, che cercano la strada maestra sulla sabbia rovente del deserto. Mean Street, Toro Scatenato, Quei bravi ragazzi, L’ultima tentazione di Cristo – e in realtà tutti i film di Scorsese – sono fatti per chi ha un viaggio da fare» (p. 64). Quindi che cominci il viaggio.

Il viaggio continua. Riassumere il volume è abbastanza complesso perché ogni intervento è foriero di un pensiero da restituire. Si parte da Elizabeth Street e da Italianamerican del 1974 e dalla voce dei genitori di Scorsese che raccontano la loro vita coniugale e spiegano come era da bambino e adolescente, ossia un ragazzino afflitto da una forte asma che trovava rifugio in due enormi edifici, bui e silenziosi quali il Lowe’s Theatre sulla Second Avenue e la cattedrale di San Patrizio in Mulberry Street. Si evince dalle parole dei genitori che la religione cattolica, la fede nella Chiesa, aggiunti a una grande smania di cinema, sono i mattoni su cui il regista ha costruito la poetica del suo cinema. La parole di Padre Frank Principe, padre spirituale di Scorsese, definiscono precisamente il contesto entro cui si forma il regista. Altro tassello fondamentale che emerge, soprattutto nel secondo capitolo, quello relativo alla formazione di Martin e ai suoi primi film diretti negli anni Sessanta del Novecento, è il quartiere, la zona di New York in cui ha vissuto. La New York University era davvero vicino alla strada di Little Italy in cui Scorsese viveva e nel tragitto a piedi che compiva per andarci, poteva osservare tutta quella umanità, criminale e non, che poi ha riversato nei suoi film. Questo punto di vista obbliga Kelly, così, a spingersi molto dentro la vita del regista in quegli anni, anche grazie alle testimonianze della madre Catherine Scorsese, e all’interno dei pensieri che lo hanno spinto a fare il regista. Attraverso le testimonianza su come sono nati Chi sta bussando alla mia porta? e The Big Shave, l’autrice conferma le due direttrici di interesse nella vita del giovane Martin: la religione cattolica e il cinema. Thelma Schoonmaker spiega, dal canto suo, del metodo di lavoro di Scorsese nella fase, in particolare, del montaggio, rilevando che gran parte di quello che si costruisce narrativamente nei suoi film, lo crea in fase di montaggio.

In questo capitolo, poi, suscita grande curiosità per chi legge l’esperienza da regista di Scorsese al concerto di Woodstock quando ancora era uno studente della New York University; lui e Thelma, in qualità di secondo regista, cercarono di adattare il loro lavoro a quello che succedeva sul palco e fuori dal palco. Altra chicca del capitolo è il ricorso di Scorsese agli Incontri Internazionali del Cinema di Sorrento che si arricchisce di una foto scattata in quell’occasione in cui un giovanissimo Francis Ford Coppola insieme a un altrettanto giovane Scorsese si concedono ai fotografi. Il viaggio continua con America 1929: sterminateli tutti senza pietà e il riscontro che ne diede John Cassavetes riferito dalla voce dello stesso Scorsese a p. 136 (Cassavetes non utilizzò grandi parole di elogio per questo film, soprattutto in merito alla sua produzione); prima del racconto su Alice non abita più qui, si prende un largo spazio nel libro Mean Street in cui le testimonianze descrivono molto bene l’organizzazione del lavoro sul set grazie anche alle parole di Bobby De Niro. In questo capitolo esplode il senso del cinema di Scorsese e infatti, giustamente, si intitola “Un divampante fulgore”. A circa un terzo del libro è evidente lo schema di analisi e resoconto dell’autrice che piano piano costruisce la poetica cinematografica di Scorsese e chi legge la acquisisce proprio come è nata nei fatti e nelle intenzioni del regista. Questo è possibile per le interviste, le parole stesse dei protagonisti, la loro diretta voce da cui emerge l’amore per la settima arte di Martin. Anche se ha dovuto, infatti, affrontare progetti che non l’hanno catturato fin da subito, Scorsese ha sempre messo il suo contributo, rendendo qualsiasi film da lui diretto, “un film di Scorsese”. Questo è il concetto cardine del libro di Kelly. 

La consacrazione. Si arriva così a Taxi Driver, alla sua insita idea di violenza, al contributo spirituale di Paul Schrader, al tema della solitudine, del personaggio, del luogo, della vicenda, che De Niro ha introiettato dentro di sé. Dalla stessa voce di Schrader, infatti, si capisce come questo film è quel capolavoro che è, proprio grazie anche alla collaborazione e sinergia tra lui, Scorsese e De Niro. In questo capitolo dal titolo appunto “L’uomo solitario di Dio”, si conferma la pratica di lavoro sul set di Scorsese, già proposta nelle pagine precedenti, basata molto sull’attenzione alla sceneggiatura mediata dal suo punto di vista (pare che sia solito disegnare sullo storyboard tutte le inquadrature) e anche sulla libertà interpretativa lasciata agli attori che molto spesso, in questo come nei film successivi, improvvisavano seguendo l’idea del film. Nello stesso capitolo è anche inserita la narrazione di New York, New York, uno dei film più hollywoodiani di Scorsese uscito in contemporanea con Guerre Stellari che secondo il regista: «inaugurò un nuovo modo di pensare il cinema» (p.194). New York, New York piacque molto a Jean-Luc Godard, ma scontentò Scorsese a tal punto che lui stesso afferma che per un bel pezzo della lavorazione del film, aveva pensato di trasferirsi in Italia e girare documentari sui santi! L’ultimo valzer del 1978 introduce a Toro scatenato. Con questo film, stando a Kelly, Scorsese e De Niro alzarono l’asticella, attraverso un personaggio talmente incapace di accettare le proprie emozioni, da esprimersi solo con la violenza. Le descrizioni tecniche e linguistiche delle scene proposte non solo dal regista ma anche dagli attori permettono ancora di più di immergersi nella fase di lavorazione del film: coinvolgono e incuriosiscono chi legge, in particolare il cinefilo. Altrettanto avvincente è la parte delle interviste che raccontano la preproduzione e, poi, la postproduzione che risalta nelle frasi di Schoonmaker. Si passa, quindi, nel viaggio a Re per una notte, film più di De Niro che del regista di New York per quanto quest’ultimo ci mise la sua intensità e creatività.

Il viaggio nel cinema di Scorsese fa, dunque, tappa a L’ultima tentazione di Cristo, primo progetto, datato 1983. Kelly illustra le intenzioni di Scorsese, quelle della produzione, le interpretazioni della sceneggiatura scritta da Schrader e tratta dall’omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis, le parole degli eredi dello scrittore e perché il progetto, almeno in quell’anno, fu sospeso. In questa parte del libro si capisce molto bene il contrasto tra l’essere di New York del regista e Hollywood, tra le intenzioni cinematografiche di Scorsese e la Paramount. A Scorsese interessava porre in evidenza l’aspetto umano di Gesù Cristo, prima che diventasse Cristo. Un concetto semplice che, però, non bastò per accettare la sceneggiatura scritta da Schrader. Il colore dei soldi, 1987, traghetta il viaggio verso la sua parte finale. La collaborazione con Paul Newman; la relazione de L’ultima tentazione di Cristo e le enormi polemiche annesse; Cape Fear – Il promontorio della paura, fino a Quei bravi ragazzi, a cui è dedicato largo spazio alle parole degli attori, sono le tappe che conducono alla postfazione di Kent Jones. Quanto da lui scritto suggella il volume non tanto nella definizione del percorso autoriale di Scorsese, quanto nella sua identità come cineasta. Powell parla di padronanza nel linguaggio, di temi astratti che trovano la loro concretezza nei film, di particolare quotidiano che si apre all’universale, di realtà del peccato e di come il cinema di Scorsese riesca a essere diretto e semplice nel saper tradurre grandi temi, immensi e sconfinati, in vite reali che puzzano di realtà di tutti i giorni. 

Alla fine di tutto. La postafazione di Kent Jones è, pertanto, un riassunto concettuale di tutto quanto espresso nelle pagine precedenti. L’interrogativo finale, quindi, su quale profilo emerga artisticamente di Scorsese da questo libro, trova presto la sua risposta. Il regista, nel lavoro di raccolta e proposizione delle varie voci creative che lo hanno circondato, risulta categorizzabile in un grandissimo autore di cinema. Ciò si evince dalla limpidezza e serenità con cui Scorsese racconta i dettagli tecnici e linguistici dei suoi film, da quali elementi della storia nascano, e dal suo stato d’animo al momento della realizzazione di un film. Aggiungiamo le infinite parole di elogio di tutti coloro che hanno avuto la possibilità di collaborare con lui a cui Scorsese risponde con un’umiltà degna di un grande artista. Al termine del libro, il regista infatti afferma che la grandezza dei suoi film risiede nell’armonia e nell’altissimo livello professione delle persone che hanno concorso alla loro realizzazione. Certo, è vero, però, aggiungiamo noi, che questa armoniosa collaborazione si è sviluppata sempre e solo grazie a una sola persona: Martin Scorsese. 

Cosa rimane? Concludendo, il libro così pensato da Mary Pat Kelly risulta una lettura molto piacevole e desta notevole curiosità, anzi aggiunge particolari nuovi sul cinema del cineasta statunitense, sconfessando l’assunto che abbiamo riposto all’inizio di questo scritto. Seppur si fermi a quasi trent’anni fa nella produzione di Scorsese, l’analisi dell’autrice rappresenta un ottimo punto di riferimento per capire la grandezza del regista. Risulta corretta, dunque, la scelta delle interviste selezionate, di come sono state incastrate tra loro, delle immagini e anche degli apparati, utili a puntualizzare. L’unico neo non riguarda i contenuti del libro, ma la sua rilegatura. Il formato quasi quadrato si presta molto bene alla lettura, ma forse la brossura con alette non tanto, perché il libro, essendo molto grosso, tende a scollarsi se maneggiato troppo. E come si fa a non vivere intensamente un libro con questi contenuti? Come si fa a usare una particolare attenzione quando le pagine si divorano? Non si può, anche perché Martin Scorsese è il cinema e il libro di Mary Pat Kelly lo dimostra. 

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