domenica, Agosto 31, 2025

Carol Maltesi e la narrazione morbosa delle vittime femminili

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Nel caso di Carol Maltesi, alla sua giovane età, alla sua avvenenza, al suo essere anche una madre, si è aggiunto il fatto che lavorasse nell’industria del porno. La sua professione ha amplificato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, che non ha risparmiato di fare sfoggio dei propri istinti più bassi soprattutto sui social network. Il caso più eclatante riguarda il comico Pietro Diomede che in un tweet ha scritto: “Che il cadavere di una pornostar fatta a pezzi venga riconosciuto dai tatuaggi e non dal diametro del buco del c**o non gioca a favore della fama della vittima”. La pioggia di critiche che ha travolto Diomede ha portato alla cancellazione della sua imminente partecipazione a una serata di Zelig: “Abbiamo ricevuto segnalazioni in seguito al tweet di un artista che avrebbe dovuto esibirsi presso lo Zelig il 12 Aprile. Ci dissociamo completamente da quel Tweet, che disapproviamo nella maniera più assoluta. Di conseguenza, l’artista è stato escluso dalla programmazione Zelig”.

Le statistiche ci dicono che in Italia avviene un femminicidio ogni tre giorni, ma affinché questi delitti salgano all’onore delle cronache – specie in periodi molto affollati di notizie come quello che stiamo vivendo – è necessario che la persona uccisa risponda a determinate caratteristiche: deve essere giovane, deve essere bella, avere dei canali social da cui le redazioni possano attingere immagini che possano attirare l’attenzione e infine, particolare non da poco, le cause della sua morte devono essere particolarmente cruente.

Il feticismo dei corpi femminili e la loro continua sessualizzazione sono in grado di trascendere l’efferatezza e la tragicità di un fatto di cronaca. Anzi, laddove le circostanze richiederebbero rispetto e pudore, soprattutto quando ci sono di mezzo i minori, è lì che l’attenzione si fa più morbosa ed è lì che vengono richiesti maggiori dettagli, sempre più efferati, sempre più cruenti, sempre più intimi. E più la realtà assomiglia a un film, più i cronisti e le croniste indugiano nel raccontarla, come se chi ricostruisce i fatti e a quelli deve attenersi, volesse prendersi una sorta di rivincita su chi lavora di fantasia: vedete – sembrano dire – per quanto possiate essere creativi nell’inventarvi storie drammatiche e cruente la realtà, in tutta la sua efferatezza, vincerà sempre e i cronisti e le croniste saranno sempre i narratori preferiti dal pubblico. È la rivincita della cronaca sulla narrazione, quella del giornalismo sull’intrattenimento, della realtà sulla fantasia.

C’è qualcosa di ancestrale che la ragione non può vincere in casi come quello di Carol Maltesi. C’è il bisogno di esercitare il possesso sì, ma anche quello di giudicare per sentirsi migliori, per uscire dalla ripetitività monocorde della nostra vita per dire che se lei non fosse andata da lui, se fosse stata al suo posto, se non avesse offerto il suo corpo allo sguardo degli altri, forse sarebbe ancora viva.

Poco importa che i dati ci restituiscano uno scenario diverso e raccontino che gli assassini delle donne sono per la maggior parte padri, mariti, compagni, che la condotta privata della vittima non c’entra nulla, che l’età è indifferente: la casistica dice che siamo tutte in pericolo.

Ma di questo sembra non importare a nessunə. I nostri istinti animali vengono prima della ragione, ma anche prima del buon senso di tacere davanti a un bambino senza madre, davanti a dei genitori che hanno perso una figlia, davanti all’ennesima donna libera che ha trovato la morte.

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