sabato, Agosto 30, 2025

L'emozione di una storia, secondo Cillian Murphy

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Il cielo si tinge di una delicata sfumatura di arancione mentre il sole si alza sulla contea di Wicklow, a Sud di Dublino. Di fronte a noi Russborough House, un colosso di granito in stile palladiano costruito sul finire del XVIII secolo. Mentre il fotografo si muove per la casa alla ricerca degli angoli e delle luci migliori, Cillian Murphy (Cork, 1976) arriva a bordo della sua Mini Cooper e saluta gli assistenti sul set mostrando una timidezza in netto contrasto con il ruolo che lo ha reso celebre in Peaky Blinders. Gli zigomi segnano il suo viso: si sta preparando per il prossimo personaggio. «Non sono bravo con le audizioni. Per dare il meglio ho bisogno di un lungo processo di immersione nelle emozioni di una storia e i provini sono l’esatto opposto, mi stressano». Interessante, considerato che Murphy ha a che fare con il pubblico sin dall’età di 10 anni, quando fondò una band musicale con il fratello.

Recitare è una predisposizione naturale?

Nei geni può esserci una sorta di amore per questo lavoro. Esistono talenti che si rivelano sin da piccoli. Non è però una qualità che ho ereditato dalla mia famiglia.

Quale ruolo ha avuto la tua famiglia?

In casa c’erano libri e tanta musica. Non era un contesto artistico, ma ricevevo costanti stimoli.

E così Cillian Murphy ha trovato la strada che lo ha portato a prendere parte a una lunga serie di titoli cult, tra cui Breakfast on Pluto, il Batman di Christopher Nolan, 28 giorni dopo e Dunkirk. Per sei stagioni, poi, ha vestito i panni in tweed del leader di una banda di gangster di Birmingham in Peaky Blinders, il cui connubio di violenza e stile ha segnato un’epoca della televisione più recente. 

Cillian Murphy si racconta l'infanzia Peaky Blinders e la passione per Montblanc

Foto di Simon Watson

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