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Se fossimo in un film americano, lo svolgimento sarebbe chiaro: ci sarebbe tutta una fase di indagini, il colpevole sarebbe uno e molto chiaro, prima quasi afferrato e poi in un gran finale catturato. Questo, invece, è un film di natura diversa, che nella sua storia comincia a coinvolgere sempre più persone, incluso un primo sospettato, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con gli eventi, e poi tutta una questione riguardo quei video. Il punto, infatti, non è per davvero capire chi abbia rapito la bambina o se sia stata rapita, il punto sono questi video: video girati da un privato e video girati dallo Stato, i video delle videocamere a circuito chiuso e quelli installati appositamente. Chi li guarda e chi li fa?
Ci sono due idee che si agitano in questo film: da una parte quella intuitiva che teme la videosorveglianza, che è preoccupata di come la presenza massiccia di videocamere sempre attive modifichi la vita e le relazioni; dall’altra quella di un cineasta che sa benissimo che guardare le cose, specialmente attraverso il video, è una maniera per capirle. Queste due prospettive in contrasto emergono chiaramente, prima perché a un certo punto viene detto chiaramente che “Occorre solo guardare qualcuno da vicino abbastanza a lungo e a un certo punto anche se non è un criminale lo diventerà”, e poi quando noi capiamo che a furia di guardare qualcuno attraverso un video, se si ha pazienza, si può scoprire la verità.
Courtesy of Europictures