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Ursula Von der Leyen ha dovuto mangiare l’amara minestra dell’infelice accordo sui dazi tra Europa e Stati Uniti. Per la presidente della Commissione europea, d’altronde, l’alternativa era saltare dalla finestra, come insegna la saggezza popolare. Ovvero andare allo scontro frontale con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. E con tutti i suoi amichetti che risiedono nel condominio Ue.
Per una politica che ha appena scampato uno dei rari voti di sfiducia del Parlamento europeo, c’era poco da fare. Ingoiare il boccone amaro e sperare che, alla prova dei fatti, l’accordo che triplica i dazi attuali tra Europa e Stati Uniti (da una media del 4,8% al 15% negoziato in Scozia) si riesca ad aggiustare in corso d’opera.
Rischia tuttavia di essere una vana speranza. Trump sa di avere di fronte 27 governi in ordine sparso, il che ha reso molto più difficile il compito dei negoziatori europei (come d’altronde lo è sempre). E anche preso nota della disperata ricerca di un appeasement. Per cui lecito aspettarsi che batta ancora i pugni sul tavolo e pretenda risposte compiacenti. Cosa che non gli è riuscita con la Cina, che lo ha lasciato abbaiare finché non si è stufato, sapendo che, tra terre rare e debito, ha in mano le carte giuste per fargli abbassare la cresta.
Sarà anche importante giungere quanto prima a mettere nero su bianco questa intesa, come un negoziatore ha confidato a Politico. Se c’è una cosa certa della seconda presidenza Trump è che ogni promessa è scritta sulla sabbia. E nemmeno con un accordo siglato sarà facile contenere la traiettoria impazzita del tycoon.
I temi dell’accordo
Un’Europa senza voce politica
La Commissione europea si è dimostrata conciliante e fin troppo remissiva. L’incontro si è svolto letteralmente a casa di Trump (in un resort golfistico di sua proprietà), nell’unico paese che finora abbia lasciato l’Unione (benché gli indipendentisti scozzesi spingano per tornarci) e sotto la guida di un primo ministro, Keir Starmer, a sua volta molto accomodante con le pretese della Casa Bianca. Se il cerimoniale conta qualcosa – e conta, in politica – la Ue partiva già svantaggiata. Il Trump bookmaker, che dava 50 a 50 la riuscita dell’accordo, ha salutato la stretta di mano con Von der Leyen come un trionfo perché, tra i due, è lui a guadagnarci.