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Per Castellani, non si tratta tanto di una vittoria personale di Trump, quanto del riflesso di una debolezza strutturale dell’Europa: “Trump vince (forse) perché guida la nazione più potente al mondo, mentre l’UE è un patchwork di piccoli Stati. La sua strategia è semplice: dividere per comandare. Sa che in ogni dossier troverà sei o otto Paesi pronti a seguirlo. E non servono governi di destra: bastano interessi nazionali divergenti”.
Ma questa supremazia, avverte il politologo, potrebbe diventare un boomerang: “L’egemonia si fonda sulla capacità di far percepire i propri interessi come universali. Se gli Stati Uniti rinunciano a questa maschera e si affidano solo alla forza, rischiano di trasformare l’Europa, oggi satellite ricco e collaborativo, in un campo di battaglia tra potenze globali”.
Le colpe dell’Europa, tuttavia, non sono solo reattive. Secondo Castellani, alcune scelte sono veri e propri atti di “suicidio politico”: “Il Green Deal ha colpito l’unico settore competitivo, l’automotive, provocando crisi industriali e disoccupazione. I fondi sono stati investiti in progetti inefficienti e tecnologicamente deboli, dal cloud ai satelliti. Settori dove il dominio americano è ormai totale”.
L’onda lunga di Trump in Europa
Una lettura in parte condivisa anche da Daniele Albertazzi, politologo dell’University of Surrey e osservatore attento della destra europea. Secondo lui, Trump non sta “vincendo” in Europa, almeno non in termini di popolarità: “La sua immagine resta negativa: la maggioranza degli europei lo considera una minaccia alla pace, come indicano i sondaggi pubblicati dal Guardian. Ma l’impatto geopolitico c’è, eccome”.
Albertazzi sottolinea come il trumpismo abbia accelerato due dinamiche parallele: la spaccatura interna all’Ue e la polarizzazione della destra europea: “Trump ha rafforzato le forze nazionaliste e minato la coesione europea, coerentemente con la sua visione geopolitica bilaterale e asimmetrica. Ma se le tariffe americane dovessero salire al 15% o oltre, come promesso, leader come Orbán o Salvini potrebbero trovarsi in difficoltà con i propri elettorati“.
In particolare, Albertazzi osserva come Trump stia creando problemi proprio a quelle destre che vorrebbero ereditarne parte del consenso senza subirne le conseguenze: “C’è una frattura crescente tra l’ala radicale e quella moderata. Giorgia Meloni, ad esempio, non vuole essere associata troppo apertamente a Trump. Si presenta come responsabile, pro-Nato, persino più filo-occidentale degli stessi Stati Uniti“.
Il secondo mandato di Trump – che pur nelle mancate promesse appare più solido di quanto molti avessero previsto – mostra le crepe di un ordine globale instabile. Da un lato un’America pronta a imporre i propri interessi con decisione, dall’altro un’Europa disorientata, incapace di trovare una sintesi tra sopravvivenza economica e autonomia strategica. Il movimento Maga, con tutta la sua estetica kitsch e i suoi impulsi autoritari, sta riscrivendo le regole del gioco – ma la partita, come sempre, si gioca anche altrove. Soprattutto nell’Unione Europea, afflitta da una debolezza strutturale come attore geopolitico.