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Vuole scrivere nuovi capitoli di storia della fusione nucleare e li ha già pronti in bozza. Sono quelli della sua “bibbia del fattibile” nel settore, che conta di condividere in modo open source entro fine 2025.
Innovativi magneti superconduttori
Scorrendo mentalmente le pagine in cui ha raccolto “solo tutto ciò che può essere prodotto e mantenuto”, Roveda si sofferma su quelle che raccontano la nuova fase. Compare come la numero due del suo piano tecnologico e mira a sviluppare un nuovo tipo di magneti superconduttori. Ha già in tasca la fiducia e 10 milioni di euro di finanziamenti dal governo tedesco per farli, e il progetto su come realizzarli: apribili e chiudibili. Mimando le grandi dimensioni dei magneti necessari per impianti di fusione, Roveda ne richiama le attuali complessità di gestione, manutenzione e riparazione e dichiara di volerle bypassare facendo in modo che si possano sistemare senza imporre lunghi stop alle attività. “Stiamo lavorando in sinergia tra Italia, Germania e altri paesi partner per fare sì che si possa accedere anche al vacuum vessel e cambiare pezzi danneggiati operando in massima sicurezza – spiega – puntiamo ad avere i primi prototipi nel 2026”.
La seconda sfida con cui conta di differenziarsi dai concorrenti, Roveda la sta giocando con il trizio, reputando insensato che si continui a ragionare sulla fusione nucleare fingendo che esista solo il deuterio, più semplice da gestire ma inutile da solo. Gauss Fusion sta infatti lavorando con un gruppo francese esperto del settore. Assieme a Bordeaux stanno realizzando un centro di eccellenza dedicato a questo elemento “innominabile” che potrebbe rendere celebre questa città per aver risolto un problema che nessuno sembra voler affrontare.
La prima generazione di reattori nucleari europea
C’è da produrlo e da estrarlo, ma il trizio non fa paura a Roveda, anzi, “prima lo si include nei progetti, meglio è” spiega. Il rischio è altrimenti quello di perdere tempo e soldi, e l’Europa non può permetterselo. Nella sua mente, la roadmap è già chiara, per lo meno quella di Gauss Fusion.
Oltre ai magneti permanenti apribili e al trizio, c’è da risolvere il problema del plasma, troppo energivoro da raffreddare, e poi arriverà il momento di costruire gli impianti. Roveda ne ha in mente tanti, tutti da 1 gigawatt e basati su fusione a confinamento magnetico. “Sarà la prima generazione di impianti nucleari europea”, racconta, mentre già sta studiando dove poterli distribuire e come. “Occuperemo al massimo 100 ettari, sfrutteremo aree industriali dismesse e già attrezzate – aggiunge – ho già chiesto di individuare quelle più adatte all’Università di Monaco che ne sta analizzando anche alcune italiane”.
Vista dalla sede di Gauss Fusion, a Monaco, l’Italia è un paese importante per il presente e il futuro della fusione europea. Roveda concorda con chi lo definisce il più nucleare dei paesi non nucleari, ma fa anche notare come manchino soggetti privati italiani che prendano posizione. “Abbiamo bisogno del loro appoggio, invece continua a mancare e questo fa la differenza”. Fino a quando saremo considerati “i più nucleari dei non nucleari”, se resteremo i meno coraggiosi dei più coraggiosi?