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Gli espropri per il ponte sullo Stretto sono ufficialmente partiti. La delibera del Cipess (il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) approvata mercoledì 6 agosto ha sbloccato la dichiarazione di pubblica utilità, il documento che permette allo Stato di acquisire forzosamente terreni privati per l’interesse collettivo. Sul versante siciliano il progetto prevede di espropriare 448 unità immobiliari, di cui 291 case: 230 nella zona di contrada Margi a Torre Faro (l’estremo nord di Messina dove sorgerà il pilone siciliano), 51 a Contesse (quartiere nella zona sud della città) e altre 10 distribuite nei vari cantieri. Di queste abitazioni, il 60% sono prime case (175 famiglie dovranno trasferirsi), mentre si contano anche 120 negozi e 37 ruderi. A Villa San Giovanni, sulla sponda calabrese dello Stretto, le case da espropriare saranno circa 150.
I numeri dell’esproprio e le zone coinvolte
La spesa totale per gli espropri necessari per la costruzione del ponte sullo Stretto ammonta a circa 215 milioni di euro, una cifra che potrebbe variare in base alla disponibilità dei proprietari ad accettare le proposte bonarie. Infatti, i proprietari che accetteranno volontariamente di cedere i loro beni riceveranno incentivi economici aggiuntivi: un bonus del 15% sul valore di mercato per chi ha acquistato prima del 30 giugno 2023, più un’indennità di ricollocazione (un contributo per le spese di trasloco e per trovare una nuova casa) fino a 40mila euro per le abitazioni principali. Secondo quanto comunicato dalla società Stretto di Messina, in capo al progetto, i proprietari riceveranno comunicazione diretta tramite cassetto virtuale (piattaforma online), Pec o raccomandata, e potranno presentare documenti per influenzare il calcolo dell’indennità.
Chi si opporrà potrà richiedere che l’indennità venga stabilita da una terna di tecnici – una commissione di tre esperti di cui uno scelto dal proprietario, uno dalla società espropriante e uno nominato dal presidente del tribunale civile come figura neutrale – oppure rivolgersi direttamente alla Corte d’appello territoriale per una valutazione giudiziaria. La società Stretto di Messina ha anche aperto due uffici informativi, uno a Messina e uno a Villa San Giovanni, dove negli ultimi mesi si sono rivolte circa 800 persone per avere chiarimenti sulle particelle catastali coinvolte e sulle procedure di indennizzo.
Il piano degli espropri, pubblicato in un documento di 1.526 pagine, distingue tra aree da espropriare totalmente (indicate in rosa nelle mappe) e zone destinate all’asservimento, cioè terreni che i proprietari dovranno cedere temporaneamente per il passaggio di mezzi pesanti durante i cantieri o dove verranno costruiti servizi permanenti come reti fognarie e impianti elettrici. Le tavole del progetto utilizzano colori diversi: il giallo per le aree di cantiere, il marrone per gli spazi della ferrovia, il verde per le zone di riqualificazione ambientale dove verranno piantati alberi e ripristinata la vegetazione dopo i lavori. Oltre a Torre Faro e Villa San Giovanni (dove sorgeranno i piloni), il progetto coinvolge un’area molto più vasta. Come evidenzia la Gazzetta del Sud, saranno interessati anche i quartieri messinesi di Sperone (nella zona collinare), Pace (area delle ex cave), l’Annunziata (dove sorgerà una stazione della nuova metropolitana) e persino zone vicine all’ospedale Papardo. A Contesse, frazione a sud di Messina, è prevista l’area di cantiere più grande dopo quella principale di Torre Faro.
La resistenza locale si organizza
L’approvazione del progetto definitivo ha riacceso la mobilitazione dei comitati No Ponte che contestano la validità delle procedure. Secondo quanto riportato da Il Manifesto, oltre 500 famiglie tra le due sponde dello Stretto rischiano di perdere le proprie case. I comitati sostengono che restano aperte decine di prescrizioni della Commissione Via/Vas (l’organo che valuta l’impatto ambientale delle grandi opere) e che il parere della Commissione europea sulla violazione della direttiva Habitat – la normativa dell’Unione europea che protegge gli ecosistemi naturali – non è stato ancora risolto.
Particolarmente delicata è la situazione dei proprietari sottoposti da oltre vent’anni ai vincoli preordinati all’esproprio. Questi vincoli furono imposti già nel 2003 proprio in funzione della realizzazione del ponte, vietando ai proprietari di costruire, ristrutturare o modificare gli immobili situati nelle aree destinate all’opera. Sebbene tali vincoli, per legge, debbano avere una durata massima di cinque anni, sono stati rinnovati più volte — nel 2008 e poi ancora nel 2023 — a causa dei continui rinvii e sospensioni del progetto. Il risultato è che molti terreni e abitazioni sono rimasti per oltre due decenni in uno stato di incertezza, con pesanti ricadute economiche. Come ricorda il Post, questi vincoli hanno causato una svalutazione significativa degli immobili senza che sia stato ancora corrisposto alcun indennizzo, nonostante la legge lo preveda. Intanto, nel giugno 2025, a Torre Faro il comitato No Ponte Capo Peloro ha inaugurato un presidio permanente, chiamato “Casa Cariddi”, per coordinare la resistenza legale e informare i cittadini sugli strumenti a loro disposizione per difendere i propri diritti.