venerdì, Agosto 29, 2025

Chiudere il gruppo Facebook “Mia moglie” è stato il primo passo, ora si indaga sui responsabili

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Il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”, all’interno del quale uomini condividevano immagini intime delle proprie mogli, fidanzate e partner o di donne ignare per offrirle alla violenza digitale dei 32mila utenti che lo componevano è solo la punta dell’iceberg. Uno dei tanti gruppi online, su piattaforme social o di messaggistiche, dove foto e video intimi di donne vengono condivisi senza consenso e diventano oggetto di violenze e abusi. A dare il polso di questa situazione è il numero di segnalazioni sul gruppo Facebook “Mia moglie” e su altri gruppi analoghi che sono giunte alla Polizia postale.

Le responsabilità di utenti e piattaforme

Il punto sulle indagini

“Mai come in questo caso abbiamo ricevuto segnalazioni, 2.800 sul primo gruppo e circa 300 su una decina di altri gruppi analoghi. E le segnalazioni continuano ad arrivare”, spiega a Wired Barbara Strappato, dirigente della Polizia di Stato e direttrice della prima divisione del servizio Polizia Postale e per la sicurezza cibernetica. Le autorità stanno monitorando la situazione. E il flusso degli utenti dal gruppo chiuso ai successivi a cui sono approdati, per ora molto più piccoli per numero di iscritti e taluni soggetti all’approvazione dell’amministratore per potervi accedere.

Le indagini vanno avanti e non appena Meta avrà fornito alla procura tutti i dati sugli utenti del gruppo “Mia Moglie” si potrà procedere con azioni mirate. Chiosa Strappato: “Al momento non risultano ancora querele, ci vorrà del tempo. Qui ci sono di mezzo rapporti coniugali e figli, è difficile per le donne, anche se vittime di reati gravi, passare all’azione. E peraltro anche chi ha saputo della circolazione di immagini sulla propria persona non ha accesso ai dati quindi non è in grado di valutare l’entità del danno e del reato. Sappiamo che molte donne che hanno il sospetto di essere vittime si sono rivolte ad associazioni e stanno valutando il da farsi”.

Il fallimento degli algoritmi

La vicenda del gruppo “Mia Moglie” su Facebook è la prova provata che il sistema algoritmico dei social network ha fallito”, dice a Wired Marisa Marraffino, penalista esperta di privacy e reati in rete. E aggiunge: “Ma soprattutto ora non bisogna relegare la questione a gossip estivo. È necessario andare avanti per tentare di portare a processo chi ha commesso reati seri e gravi come quello della diffusione di immagini pornografiche in rete”.

Due sono le strade che l’avvocata individua come i prossimi passi da perseguire: “Si è letto di tutto di più, la questione culturale e il sostegno alle donne vittime hanno la loro importanza ma non bisogna sviare l’attenzione dalle azioni necessarie. Primo: la Polizia postale dovrà tentare il prima possibile di identificare i soggetti che appartenevano al gruppo, e si tratta di 32mila persone nascoste dietro nickname. Secondo: il caso italiano non è isolato e dunque è necessario portarlo sul tavolo della Commissione europea”.

Violato il Digital Services Act europeo

Per l’avvocata la vicenda sotto il profilo tecnico-giuridico presenta una serie di violazioni del Digital Services Act, il pacchetto europeo che regola i servizi offerti dalle grandi piattaforme del digitale. E in particolare ai sensi dell’articolo 34, dice Marraffino “secondo cui è necessaria la valutazione di rischio annuale da parte delle piattaforme digitali affinché venga evitata la pubblicazione di contenuti pornografici”, nonché dell’articolo 18 “che prevede la collaborazione delle piattaforme con le forze dell’ordine”.

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