venerdì, Agosto 29, 2025

Come i dazi degli Stati Uniti contro l'India faranno male alla tecnologia, anche senza colpirla direttamente

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Arrivano i dazi degli Stati Uniti contro l’India. Non è stato certo un fulmine nel cielo sereno. Piuttosto un tornado annunciato con largo anticipo, ma non per questo meno distruttivo. Il governo degli Stati Uniti ha annunciato nelle scorse ore che i dazi del 50%, imposti all’India dal presidente Donald Trump, sono entrati in vigore.

Che cosa sappiamo finora

La situazione indiana

Secondo il think tank indiano Global Trade Research Initiative le esportazioni indiane verso gli Stati Uniti, principale partner commerciale del Paese, potrebbero scendere dagli 86,5 miliardi di dollari quest’anno a circa 50 miliardi di dollari nel 2026. Sempre secondo le stime preliminari, oltre 47 miliardi di dollari di merci saranno immediatamente colpite dai dazi degli Stati Uniti contro l’India, che include il 25% già applicato dal 7 agosto più un ulteriore 25% imposto come sanzione per l’importazione da parte dell’India di petrolio dalla Russia.

Trump, con questa mossa, ha inteso fare pressioni sul presidente Vladimir Putin per porre fine alla guerra in Ucraina. Ma l’India ha continuato ad acquistare greggio russo, anche se meno di prima. E i doppi dazi sono arrivati. Delhi si trova ora al primo posto tra i partner commerciali più colpiti dal governo americano (insieme al Brasile). Nella classifica, sono seguiti a distanza da Svizzera (39%), Canada e Iraq (35%), e Cina (30%)

I settori più colpiti? Tessile, pietre preziose (dalla città di Surat passa la gran parte dei diamanti venduti nel mondo), poi gamberetti e tappeti, con i settori che si preparano a un crollo delle esportazioni e, si teme, dell’occupazione. Ad esserne esclusi, al momento, sono settori come ferro, acciaio, prodotti in alluminio, ma anche berline, Suv, crossover, minivan, furgoni cargo e camion leggeri. E poi rame semilavorato e derivati di rame.

Le ricadute su IT e tech

Anche se il settore dei servizi IT indiani non è direttamente coinvolto, secondo gli esperti è probabile che ne subisca effetti indiretti perché le aziende statunitensi potrebbero ridurre la loro domanda: la situazione di incertezza ha già iniziato da tempo a far rallentare la crescita delle principali società IT indiane, con ricadute importanti per quanto riguarda l’occupazione, a sua volta provate da automazione e dall’adozione dell’AI.

Per quanto riguarda invece il settore elettronico, il quotidiano indiano Economic Times in queste ore stima perdite fino a 30 miliardi di dollari a causa del nuovo regime tariffario: lo scorso anno gli Usa sono stati il mercato di arrivo del 38% delle esportazioni di elettronica made in India – il restante ha riguardato gli smartphone, per lo più esentati dai nuovi dazi grazie ad esenzioni specifiche per grandi aziende come Apple e Samsung, che hanno produzioni locali in India e piani d’investimento negli Stati Uniti. Tuttavia, restano scoperti prodotti come inverter, caricatori per batterie e componenti dei trasformatori. Senza contare gli ulteriori dazi sui componenti dei semiconduttori, che in alcuni casi potrebbero raggiungere il 100%.

Dazi americani al 100%

Quest’ultimo non è un caso solo indiano, certo. A inizio agosto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’intenzione di imporre tariffe del 100% su chip e semiconduttori per stimolare la produzione manifatturiera statunitense. Uno scenario che, se confermato, rischia di mettere in ginocchio l’emergente settore tecnologico made in India, in particolare per quanto concerne hardware e infrastrutture, e a cascata startup e data center. I timori spaziano da un’impennata dei costi, alle interruzioni nella supply chain, fino ad una ridotta fiducia degli investitori.

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