venerdì, Agosto 29, 2025

Cosa fa Cambricon, l'azienda di microchip con cui la Cina spera di fare concorrenza a Nvidia

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Uno degli elementi critici nella rincorsa a Nvidia è proprio l’ottimizzazione software. Al South China Morning Post Li Guojie, computer scientist dell’Accademia cinese delle scienze, aveva spiegato che la vera forza di Nvidia sta nell’ecosistema Cuda, che viene messo a disposizione degli ingegneri per sviluppare applicazioni su misura alle gpu del colosso di Santa Clara. Qualcosa a cui dovrebbero dedicarsi anche tutti i concorrenti cinesi di Huang, da Cambricon alla stessa Huawei, se veramente vogliono mettere i bastoni tra le ruote al primo della classe.

Se Cambricon si è guadagnata i titoli di giornale nelle ultime settimane, sulla scia dell’impennata del titolo, l’attenzione del governo di Pechino viene da lontano. Nel luglio del 2020 gli analisti della società Trivium China, che analizza le politiche cinesi, menzionavano l’azienda tra i tre produttori di microchip convocati per un summit industriale alla presenza del presidente Xi Jinping, in compagnia di altre 17 aziende tra cui Hikvision, il principale sviluppatore di telecamere di videosorveglianza, Sinochem (azionista di Pirelli) ma anche le filiali di Microsoft e Panasonic.

Al centro delle discussioni c’erano le strategie da adottare per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia di Covid-19. E alla carenza di semiconduttori provocata dai blocchi della produzione degli impianti e dallo stop alle consegne. Dei 18 invitati, tre erano aziende di microchip. Da allora la Cina ha avviato una tappa a marce forzate per recuperare i ritardi di progettazione e svincolarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti.

Le strategie cinesi sui chip

Su Wired Lorenzo Lamperti ha menzionato la strategia dei “cento fiori”. Un proliferare di piccoli fondi locali, distretti provinciali e iniziative diffuse per distribuire la catena di design e produzione, alimentati da investimenti nazionali. A cominciare dal Big fund, rifinanziato con oltre 50 miliardi di dollari. Tra il 2020 e il 2024, la Cina ha triplicato la capacità produttiva di chip a 28-90 nanometri e consolidandosi nel mercato dei semiconduttori “maturi” e meno avanzati, che pure sono il 70% del mercato globale.

Daxue consulting, società di consulenza strategica per il mercato cinese, menziona nuove esenzioni fiscali: “Nel luglio 2025 la Cina ha introdotto un credito d’imposta del 10% per gli investitori stranieri che reinvestono i profitti nel Paese. La misura, valida da gennaio 2025 a dicembre 2028, mira a incoraggiare un flusso costante di investimenti esteri nei settori strategici, semiconduttori inclusi”.

Semi, l’associazione internazionale dell’industria microelettronica, riferisce che a livello mondiale nel 2025 è prevista la costruzione di 18 nuove fabbriche di semiconduttori. Quattro negli Stati Uniti e altrettante in Giappone, seguiti da Cina ed Europa con tre impianti ciascuno. La Cina, però, primeggia per capacità installata: 42,5 milioni di wafer per trimestre, con un aumento del 7% su base annua.

Questa accelerazione sta generando i primi scricchioli, che anticipano le crepe già viste in altri settori strategici fortemente sussidiati dallo Stato, come quella dei veicoli elettrici. Dumping dei prezzi, acquisti forzati e il rischio di ritrovarsi con troppa capacità di produzione sono i pericoli all’orizzonte. Ma la Cina si sa che è disposta a pagare un prezzo altissimo pur di schierare le sue pedine sulla scacchiera internazionale. E ora potrebbe averne trovata una nuova da arruolare: Cambricon.

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