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Secondo i dati più aggiornati, il 91,4% di chi cerca qualcosa online si affida a Google – che è, a tutti gli effetti, il padre dei motori di ricerca come li conosciamo oggi. Tra le alternative che si spartiscono quell’8,6% di mercato restanti, le opzioni abbondano. I più ambientalisti magari optano per “il motore di ricerca che pianta gli alberi”, Ecosia. Chi vuole rintracciare siti che potrebbero essere stati cancellati o aver cambiato nome nel tempo si rivolgerà ad Internet Archive. E, da qualche anno, DuckDuckGo ha attirato (non volontariamente, si capisce) l’attenzione non solo degli utenti particolarmente attenti alla privacy, ma anche di estremisti di destra e teorici del complotto.
Fondata nel 2008, da anni DuckDuckGo si presenta come un’alternativa incentrata sulla privacy: l’azienda dichiara di non immagazzinare informazioni sulle ricerche degli utenti e di non vendere dati a parti terze. L’azienda ricava i propri guadagni principalmente da link e annunci non mirati, e negli ultimi anni è cresciuta moltissimo: se nel 2018 erano state effettuate 9,2 miliardi di ricerche sulla piattaforma, nel 2021 sono diventate 35,5 miliardi.
A differenziarla da Google (nonché dai grandi social network) è anche il fatto che in cima ai risultati di ricerca su DuckDuckGo appaiono molto più spesso fonti e articoli che ripetono e confermano propaganda di destra e disinformazione, specialmente su temi come i vaccini o la violenta teoria del complotto QAnon.
Ha quindi destato stupore l’annuncio, da parte del fondatore di DuckDuckGo Gabriel Weinberg, sul fatto che l’azienda sta lavorando a un aggiornamento in base a cui i siti di disinformazione russi appariranno più in basso nei risultati di ricerca rispetto agli altri. A inizio marzo, pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la compagnia aveva già detto che avrebbe interrotto i rapporyi con Yandex, motore di ricerca appartenente al governo di Mosca.
“Come tanti altri, sono disgustato dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla gigantesca crisi umanitaria che continua a creare“, ha twittato Weinberg, spiegando la decisione, che arriva comunque in ritardo rispetto ai competitor. Google ha declassato le agenzie di stampa statali russe nei propri risultati di ricerca già dal 2017.
Le lamentele della destra
La mossa è in linea con le decisioni che stanno prendendo in questi giorni le tech company in risposta alla guerra in Ucraina, ma ha comunque suscitato qualche perplessità.