sabato, Agosto 30, 2025

Di Maio: un addio triste, solitario y final

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Eravamo stati buoni profeti quando raccontavamo la «morte politica annunciata» di Luigi Di Maio. Era il 27 maggio 2019, commentavamo i risultati delle elezioni europee: il Movimento 5 Stelle incassava poco più del 17% dei voti, crollando sia rispetto alle analoghe consultazioni del 2014 che al trionfo di appena un anno prima alle politiche (32,6%). Fu, quello, l’inizio della fine per l’allora vicepremier del primo governo guidato da Giuseppe Conte. Una fine congelata solo dal – relativamente lungo e fruttuoso, a quanto pare – mandato alla Farnesina come ministro degli Esteri. Quel governo in cui il Movimento di cui era alla guida smarrì ogni residuale riferimento delle origini, condividendo le peggiori oscenità della Lega di Matteo Salvini, a partire dai famigerati decreti sicurezza. Era l’epoca in cui, secondo gli analisti di Twitter, i grillini dovevano essere “l’unico argine alle destre” e invece finirono, in una tragicomica nemesi, per diventarne trampolino di lancio prima e gli affannati inseguitori poi. Salvo fare retromarcia poco dopo, in tempi utili per ipotecare ancora di più il proprio futuro.

Triste, solitario y final, per dirla con quel genio di Osvaldo Soriano, è dunque il capolinea politico dell’ex prediletto di Beppe Grillo ed ex molte cose: secondo l’Adnkronos il 36enne si è infatti dimesso dalla carica di segretario di Impegno civico, carica in effetti piuttosto fantasmagorica già di per sé stessa. Si tratta del cartello elettorale, creato in fretta e neanche troppa furia e dal retrogusto di lista civetta, sbagliando completamente momento e opportunità, nel giro dell’estate. Sfortunato Di Maio: appena consumato lo strappo ha dovuto inventarsi un contenitore impossibile. Obiettivo: tentare l’ennesimo, funambolico riciclo della sua neanche troppo breve carriera di attivista e poi di politico a tempo pieno e in effetti ad altissimi livelli. 

Dopo essere stato politicamente neutralizzato da Matteo Salvini e, poi, da Giuseppe Conte, stavolta a consumare la parabola dell’ex ministro degli Esteri è stata una vecchia volpe del Parlamento: Bruno Tabacci, che ha concesso il suo lillipuziano Centro Democratico per risultarne infine l’unico eletto in un collegio blindato a Milano. Di Maio ha invece incassato un risultato sotto le aspettative (le sue, ovviamente) in quello uninominale di Fuorigrotta, a Napoli, finendo dietro all’ex collega di partito e di governo, il generale Sergio Costa. In tempi di Camere dimagrite e cappotto del centrodestra, non c’era davvero salvezza possibile per una lista che ha incassato lo 0,6%. A nulla, almeno in termini di rielezione, sono valsi i rapporti privilegiati costruiti nel tempo e il paracadute offerto da Enrico Letta si è rivelato appunto pieno di buchi.

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