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“Creato per identificare sempre meglio chi effettua test nucleari e dove, questa rete globale di metodi di rilevazione oggi comprende 321 stazioni di monitoraggio ospitate in 89 paesi in tutto il mondo e il 90% è già operativo”, spiega Luisa Kenausis, esperta di tecnologie e armi nucleari dello Stanley Center, passando ad illustrare le quattro tecnologie principali utilizzate. “Ci sono le stazioni sismiche che monitorano le onde d’urto attraverso il terreno, le stazioni idroacustiche che rilevano le onde sonore negli oceani, quelle infrasoniche che ascoltano le onde sonore ad ultra-bassa frequenza inudibili all’orecchio umano – aggiunge Kenausis – , e poi le stazioni radionuclidiche che monitorano l’atmosfera per identificare particelle e gas radioattivi emessi da un’esplosione nucleare”.
Un trattato incompleto
“Nonostante la vasta gamma di tecnologie sviluppate, non siamo ancora al 100% nella rilevazione dei test nucleari e ogni passo avanti è fondamentale perché può servire come ulteriore deterrente – spiega Loehrke – ed è un supporto importante per il lavoro che la Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization sta portando avanti”
. Questa organizzazione dal 1996 sta infatti promuovendo il Trattato per la Messa al Bando Totale degli Esperimenti Nucleari (Ctbt), indipendentemente dalla loro potenza elevata o ridotta. L’Italia lo ha firmato subito e lo ha ratificato nel 1999, in totale oggi si contano 187 firme e 178 ratifiche su un totale di 196 Paesi, ma “finché non lo fanno anche Paesi muniti di armi nucleari come Stati Uniti, Cina, India, Israele, Corea del Nord, Pakistan e ora Russia, resta un tentativo incompiuto, anche se apprezzabile” commenta Loehrke.
Vecchi test, “nuovi” impatti
In attesa delle firme “necessarie”, l’applicazione del trattato rimane in sospeso e la speranza di stop ai test è legata alla nostra capacità di rilevarli e scoraggiandone l’attuazione. Un altro contributo che la scienza può fornire consiste nella possibilità di dimostrare i reali impatti di queste esplosioni nucleari controllate. Secondo i due esperti dello Stanley Center, “ancora non se ne conosce con precisione entità e durata”, ma anche in questo caso c’è un recente passo avanti da registrare. A compierlo sono stati i ricercatori dell’Istituto per la Ricerca sull’Energia e l’Ambiente (Ieer) realizzando per Greenpeace Germania una nuova stima della reale potenza distruttiva dei test nucleari nelle Isole Marshall, un gruppo di isole, atolli e piccoli arcipelaghi a metà strada tra le Hawaii e l’Australia.
Tra il 1946 e il 1958, durante il periodo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti vi hanno condotto 67 test nucleari e analizzando documenti ufficiali degli archivi militari e energetici i ricercatori hanno scoperto le esposizioni alle radiazioni causate si sono diffuse a livello globale, raggiungendo anche Sri Lanka e Messico. Non solo: stimando a tavolino la forza esplosiva totale detonata, i ricercatori hanno ottenuto una cifra pari a 108 megatoni (un megatone equivale all’esplosione di un milione di tonnellate di tnt). “È come sganciare una bomba di Hiroshima ogni singolo giorno per vent’anni”, spiegano gli esperti. Un timido tentativo di far immaginare le reali conseguenze di ogni test nucleare in corso o previsto nel mondo anche a chi la tragedia avvenuta a Hiroshima l’ha studiata solo sui libri. O a chi la può cercare di immaginare visitando la città che ne custodisce i segni nell’ampio e affollato Peace Memorial Park realizzato con le poche macerie e il tanto dolore rimasti.