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Quella di Bugonia è una battaglia intellettuale, fatta di conversazioni, ma anche una battaglia reale, fatta d’azione: tra Jesse Plemons, il complottista, ed Emma Stone, la dirigente; tra la classe operaia e quella ricca; tra chi è snob, indifferente e tratta malissimo i sottoposti, e chi invece nutre rancore con buone ragioni (che scopriremo lungo la storia). Se sembra la tipica trama di un film della Corea del Sud è perché questo è un remake di un film sudcoreano: Save the Green Planet! del 2003 di Jang Joon-hwan. Ed è abbastanza identico. Will Tracy, sceneggiatore di The Menu, è colui che l’ha adattato cambiando molto poco nell’adattamento agli Stati Uniti (per chi l’ha visto: tutto il finale è uguale).
È semmai Lanthimos ad aver fatto un apprezzabilissimo lavoro, tutto di regia, per adattarlo a sé. Questa storia di ingiustizie, complotti, violenza e meschinità è soprattutto una storia di doppio gioco (è serio o no il complottista? È sincera la dirigente quando ammette di essere un alieno o cerca di liberarsi?), ed è il territorio perfetto per Lanthimos. Nei suoi film, molto spesso, il linguaggio formale, le buone maniere e le convenzioni sociali in termini di comportamenti sono la parte ridicola: la maschera per persone che in realtà sono diverse. E in Bugonia, rispetto a Save the Green Planet!, è proprio il linguaggio corporate e l’atteggiamento orrendo e meschino delle grandi compagnie a dominare. Emma Stone è l’incarnazione delle false politiche di tolleranza e inclusione da grande società e parla come un comunicato stampa, è snodata, ha i capelli rasati e recita con una meschinità negli occhi che di solito non le appartiene ma è perfetta.
Universal Pictures