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L’atmosfera di After the Hunt è chiara da subito, un rumore incessante e ansiogeno delle lancette scandisce il tempo – soprattutto interiore – della protagonista. Julia Roberts stavolta interpreta Alma, una professoressa universitaria (“Accadde a Yale”, avverte Luca Guadagnino apre il film) che tiene delle serate informali a casa sua, dove tra un vino e una battuta si discorre di (pseudo) filosofia tra colleghi insegnanti e allievi. Quando la vicinanza con gli studenti – e in particolare con Maggie Price, ragazza afroamericana dal plagio facile e dalla famiglia potente – diventa eccessiva scoppia il caso.
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La ragazza sostiene di essere stata molestata dallo scapestrato professore Henrick interpretato da Andrew Garfield, amico intimo di Alma. La giostra di dubbi, scoperte, sotterfugi, bugie, vendette e verità prende il via, ma Guadagnino non mira a firmare un giallo o un detection movie, bensì un dramma su alcune delle conseguenze di Me Too, politicamente corretto, cultura woke, inclusività & co. Ovvero i rischi di strumentalizzazione e vendetta personale da parte delle presunte vittime.
Il problema è che lo fa in modo discutibile e a tratti presuntuoso, con una serie di giri di parole intellettualoidi, citazioni di filosofi e scrittori in ogni dove (persino sul comodino spunta Thomas Mann) e battute cartacee come: «Che ciò che è corretto non ti impedisca di fare ciò che è giusto». Pur essendo molto verboso, atmosfera e ritmo restano comunque intriganti, la storia si segue e funziona il proposito iniziale di disseminare dubbi e tratteggiare personaggi tutti controversi, così che la scoperta della verità risulti difficile e appassionante. Peccato però che film non abbia mai il coraggio di andare fino in fondo e tracciare una sua verità. Questo lasciare tutto sospeso, per rinviare al pubblico il dibattito – ha spiegato Julia Roberts -, sembra quasi una soluzione furba per non assumersi nessuna responsabilità di una posizione su un tema scottante quanto attuale come quello delle molestie.