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Anche molto tempo dopo aver contratto l’infezione del Covid-19, molti pazienti presentano ancora dei sintomi, come affaticamento, confusione mentale, vuoti di memoria e difficoltà di concentrazione. È il cosiddetto long Covid, la misteriosa e debilitante sindrome i cui effetti persistono anche dopo la prima infezione da Covid-19. Oggi, a provare a far luce sull’origine di questi sintomi è un nuovo studio pubblicato su Nature Medicine, secondo cui i colpevoli sarebbero i coaguli di sangue nel cervello e nei polmoni.
Long Covid e coaguli di sangue
Per capirlo, i ricercatori delle università di Oxford e Leicester hanno seguito circa 1.800 persone del Regno Unito, ricoverate in ospedale a causa del Covid nel 2020-2021. Valutandoli a 6 e 12 mesi dalla prima infezione, i ricercatori hanno osservato che chi soffriva ancora della cosiddetta “nebbia mentale”, presentava anche livelli elevati di almeno una delle due proteine del sangue: fibrinogeno e D-dimero. “Sia il fibrinogeno che il D-dimero sono coinvolti nella coagulazione del sangue e quindi i risultati supportano l’ipotesi che i coaguli di sangue siano una causa dei problemi cognitivi post-Covid”, spiega a Bbc Newsl’autore Max Taquet. “Il fibrinogeno può agire direttamente sul cervello e sui vasi sanguigni, mentre il D-dimero spesso riflette i coaguli di sangue nei polmoni e i problemi cognitivi potrebbero essere dovuti alla mancanza di ossigeno”.
Tuttavia, come sottolineano gli stessi autori, i loro risultati sono rilevanti solo per i pazienti ricoverati in ospedale e sono, quindi, necessarie ulteriori ricerche prima di poter giungere a una conclusione definitiva. Sebbene, infatti, identificare i possibili meccanismi sia fondamentale nella comprensione della “nebbia mentale” post-Covid, potrebbero esserci molte cause diverse del long Covid. “È una combinazione della salute prima, dell’evento acuto stesso e di ciò che accade dopo che porta a conseguenze sulla salute fisica e mentale”, commenta Chris Brightling, tra gli autori dello studio.
I sintomi della variante Eris
Nel frattempo la comunità scientifica si sta focalizzando anche sulla variante del coronavirus EG.5, ribattezzata Eris e considerata variante di interesse, dato il costante aumento della sua prevalenza nell’ultimo periodo a livello globale. Come vi abbiamo già raccontato, i sintomi di Eris sono perlopiù quelli classici: febbre, mal di gola, tosse, mal di testa, affaticamento, dolori articolari e muscolari. Inoltre, secondo l’Ecdc, la mutazione caratteristica di Eris, la F456L sulla proteina spike, potrebbe essere la motivazione del maggior tasso di crescita della variante.
Ad aggiungere nuove caratteristiche a questa variante è stato un nuovo studio, pubblicato sulla rivista bioRxiv, secondo cui Eris avrebbe maggior capacità di infettare i polmoni. Secondo gli autori dell’Università di Tokyo, quindi, ciò potrebbe portare a una maggior severità della malattia, almeno in una parte dei pazienti. Va precisato, tuttavia, che la ricerca è stata svolta su modelli animali e necessita, quindi, di ulteriori conferme.
Pirola meno contagiosa
Per quanto riguarda la variante Pirola (BA.2.86), invece, due studi svolti indipendentemente dall’Università di Pechino e dal Karolinska Institutet di Stoccolma hanno osservato come questa variante sia meno contagiosa delle altre in circolazione e sia capace di sfuggire alla risposta immunitaria, ma comunque meno di quanto previsto. Inoltre, “BA.2.86 presenta un’infettività molto inferiore rispetto a XBB.1.5 ed EG.5”, ha precisato Cao Yunlong, autore di uno dei due studi.