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Il governo Meloni vuole garantire libero accesso ai consultori alle organizzazioni contro l’aborto, scorrettamente chiamate pro-vita o pro-life, e, soprattutto, intende anche finanziarle attivamente con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), sottraendo risorse alla sanità pubblica. Per farlo ha presentato un emendamento, firmato dal deputato Lorenzo Malagola di Fratelli d’Italia e già approvato in commissione Bilancio della Camera, all’articolo 44 del disegno di legge per l’attuazione del Piano, che affronta tematiche inerenti alla sanità.
Il testo dell’emendamento, riportato su Quotidiano Sanità, garantisce alle regioni la possibilità di usare i fondi del Pnrr dedicati alla salute (Missione 6, componente 1 del Piano) per organizzare servizi nei consultori che possono avvalersi “senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, oltre a quelli già previsti, “anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”.
Un emendamento contro il diritto all’aborto
Una mossa all’apparenza quasi inutile, dato che la stessa legge 194/78, che norma l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, prevede come i consultori possano avvalersi della “collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possano anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita”. Il suo scopo è quindi evidentemente quello di garantire un finanziamento pubblico a una serie di realtà, vicine al governo, che sotto la finta apparenza di voler dare un sostegno alle madri sono nei fatti organizzazioni radicalmente religiose che promuovono tesi e leggi antiabortiste.
È il caso per esempio della nota Pro vita e famiglia, sostenitrice della proposta di legge che vorrebbe obbligare le donne che vogliano interrompere la gravidanza ad ascoltare il battito cardiaco e vedere un’ecografia del feto, o il Movimento per la vita, autorizzato dalla regione Piemonte a guida di destra a gestire una “stanza dell’ascolto” del feto negli ospedali. Come ha spiegato a Repubblica dalla psicologa Rita Cortonesi, per 38 anni operatrice di un consultorio di Roma, queste imposizioni “violano i principi di laicità, autodeterminazione e libero accesso alla base dei consultori”.
Il vero problema sono i pochi fondi ai consultori
La dottoressa Cortonesi ha inoltre spiegato come i consultori forniscano già servizi di assistenza a chi decide di portare avanti la gravidanza, tramite il lavoro di psicologi e assistenti sociali e mettendo in contatto le madri con associazioni che forniscono vestiti, latte o altri beni di prima necessità. Il problema che andrebbe davvero risolto, sottolinea sempre Cortonesi, è che i consultori ricevono pochi fondi, sono a corto di personale e per questo restano aperti poche volte a settimana.
In sostanza, in un paese dove i tassi di accesso all’aborto sono tra i più bassi a livello globale, come indicano i dati dell’Istituto superiore di sanità, l’obiezione di coscienza è garantita dalla legge e in alcune regioni non si trovano medici non obiettori nelle strutture pubbliche, come mostra la mappa di Laiga (associazione di volontariato che opera a sostegno della libertà di scelta di ricorrere all’aborto), si dovrebbe pensare a potenziare e riqualificare l’attività dei consultori, anziché dare maggiori poteri e fondi a realtà che hanno nella loro missione l’obiettivo di limitare i diritti altrui, riconosciuti per legge, causando peraltro inutile dolore e maggiori pressioni psicologiche alle donne che ricorrono ai consultori per chiedere assistenza all’aborto.
Come ha spiegato Crotonesi, è difficile che obbligare una donna ad ascoltare il battito cardiaco di un feto la possa spingere a cambiare idea se, in quel momento della sua vita, non è in grado di affrontare una gravidanza, per le tante ragioni che possono esistere. L’unico vero effetto di questa pratica è quello di strumentalizzare i sensi di colpa della donna, causandole dolore e sofferenze psicologiche insostenibili.