martedì, Agosto 16, 2022

L’odissea mobile di Patrick Witty

Must Read

Questo articolo è stato pubblicato da questo sito

Un grande fotografo racconta il rapporto tra i migranti e il loro smartphone

Nell’ultimo numero di Wired ora in edicola c’è un bellissimo reportage fotografico di Patrick Witty sull’importanza che gli smartphone hanno per i migranti che ogni giorno finiscono per arenarsi sulle spiagge di Lesbo, in Grecia. Witty, 45 anni, è stato picture editor di Time e The New York Times ed è vicedirettore della fotografia di National Geographic. Pubblichiamo qui di seguito la sua testimonianza in prima persona.

Quando una dozzina di fragili canotti è apparsa all’orizzonte, ho iniziato a correre verso il mare per cogliere il momento del loro arrivo. Le imbarcazioni hanno raggiunto la spiaggia e tutti hanno iniziato a festeggiare, ad abbracciarsi, a piangere. Le mani di Mustafah Arnab, gelate e coperte di graffi, tremavano mentre cercava di strappare la sottile pellicola trasparente con cui aveva avvolto il suo iPhone prima di iniziare quelle quattro, interminabili ore di traversata a bordo di un gommone strapieno di gente.

Raggiunta finalmente la spiaggia dell’isola di Lesbo, in Grecia, al termine di quella mortale odissea attraverso il Mar Egeo, aveva un disperato bisogno di fare due cose: contattare la famiglia e, subito dopo,  un selfie.

Si è girato verso di me e, raggiante, m’ha detto: «Adesso faccio un selfie con te!». Intanto, il suo cellulare ha iniziato a squillare.
Mustafah, un dottore di Damasco che ho conosciuto lì, sulla battigia, era diretto verso la Germania insieme ad alcuni amici. È stato fortunato, la Sim che aveva acquistato in Turchia funzionava anche sull’isola ed è riuscito a contattare i famigliari rimasti in Siria grazie a Whatsapp.

Leggi anche

Via via che i profughi fuggono da paesi dilaniati dalla guerra nella speranza di guadagnarsi una vita e qualche opportunità di lavoro altrove, gli smartphone e un gran numero di app contribuiscono a rendere possibile la loro drammatica odissea. Oltre a restare in contatto con parenti e amici, si scambiano informazioni preziose sulle frontiere da passare, le zone da evitare, i contrabbandieri di cui fidarsi, le strade da prendere.
Usano Instagram, Whatsapp, Viber, Google Maps, Facebook, Messenger, imo, Line, Tango e molte altre: grazie a queste app, spesso lo smartphone è l’unico “bagaglio” che portano con sé. È lo strumento con cui documentano i loro viaggi – e se ne servono anche per scattare tanti selfie, lungo il loro avventuroso percorso. Per il rifugiato di oggi, insomma, il cellulare è un po’ come il coltellino svizzero di una volta.

Mentre la luce del sole si affievoliva lungo la frontiera fra Serbia e Ungheria, Rabea Mohammed camminava avanti e indietro lungo le polverose rotaie della ferrovia con i braccio proteso verso l’alto, alla disperata ricerca di un segnale. La Sim serba del suo smartphone non riusciva a collegarsi e lui era pronto a tutto, pur di mettersi in contatto con la famiglia rimasta ad Aleppo, in Siria. Come se non bastasse, la carica della batteria era ormai ridotta a un misero 30%. «Eppure fino a poco fa funzionava…», m’ha detto.
A ogni passaggio di confine, per i profughi inizia una specie di corsa alla ricerca di un nuovo segnale, di una Sim del paese in cui sono entrati, di un wi-fi pubblico. A Röszke, in Ungheria, il trentaquattrenne Wassem Farra fissa con sguardo assente lo screen del cellulare mentre, in coda, aspetta una corriera poco lontano dal confine con la Serbia. «Sto cercando di collegarmi a Internet», spiega il giovane siriano nato a Dar’a. «Devo chiamare mia madre e dirle che sono arrivato qui. Sono tutti preoccupati per noi e vogliamo avvertirli che stiamo bene». Sta cercando di raggiungere la Germania con altre sette persone, fra cui la sorella.

Il telefono di Rami Shahod sibila in continuazione, mentre chiacchieriamo vicino a quella stessa linea di frontiera fra Serbia e Ungheria. Sta inviando e ricevendo messaggi su Whatsapp dalla moglie e dal resto dei famigliari rimasti a Damasco. Mi racconta che durante il viaggio è riuscito a rimanere sempre in contatto grazie alle numerose Sim card che ha acquistato – “porrei le stesse domande nei loro confronti”, dice. “Ma adesso, grazie a Dio questa tecnologia connette la gente, dovunque vadano le persone”. Lui usa Whatsapp, Viber, imo, Line e Messenger per tenersi sempre in contatto con i parenti.

Molti, fra i profughi che ho incontrato, con lo smartphone non si limitano a scambiare notizie con chi è rimasto in patria ma si informano anche sui migliori itinerari da scegliere – comprese le strade da evitare a tutti i costi.
«Ci hanno avvertiti che se attraversi i campi la polizia ti arresta», mi aveva spiegato Ali Sheho quando eravamo a Röszke. Il suo telefono era collegato a una batteria supplementare illuminata di azzurro che teneva nella tasca interna della giacca. Era tutto il bagaglio che aveva con sé. Un amico che l’aveva preceduto gli stava mandando informazioni sulle condizioni dei campi per rifugiati in Ungheria, che erano terrificanti. “Vogliamo evitarli a ogni costo”, ha ammesso.

Gli smartphone sono fondamentali soprattutto quando persone che viaggiano insieme finiscono per separarsi, per una ragione o per l’altra. Parwin Alo, che viene da Aleppo, è incinta. Era con un amico, che poi è stato fermato e picchiato dalla polizia al confine ungherese. Lei aveva perso i contatti con il suo gruppo, anche perché la batteria del cellulare era “morta”. Solo quando ha trovato il modo di ricaricarla sono riusciti a rientrare in contatto e a incontrarsi a Budapest, usando Google Maps e i suoi marker.

Kinan Al-Khatid, insieme a parenti e amici, camminava lungo una stradina polverosa che da Damasco portava alla fermata dell’autobus che li avrebbe scaricati all’attracco del traghetto. Arrivati a destinazione, si sarebbero imbarcati su una nave diretta ad Atene. Kinan conosceva i rischi che stava correndo, sapeva che migliaia di profughi hanno perso la vita nella traversata dalla Turchia alla Grecia: invece di “impacchettare” lo smartphone nella plastica trasparente da cucina o di infilarlo in un palloncino di gomma chiuso con un nodo stretto, aveva preparato un messaggio di SOS – “Per favore aiutateci, venite a salvarci” e la posizione dell’imbarcazione nel Mar Egeo – pronto all’invio a tre numeri pre-programmati se la situazione fosse precipitata. Per fortuna, non ha mai dovuto premere il tasto Send.

Poi, c’è l’onnipresente bisogno di ricarica. In Ungheria, i profughi spesso si rifugiano all’interno della stazione di Keleti di Budapest, in attesa dei treni che li porteranno in Austria. Lì è affluito un vero e proprio fiume di aiuti. I volontari distribuiscono acqua e cibo; le tende che sono state donate dalla popolazione passano da una famiglia all’altra, man mano che si susseguono nei locali della stazione. Una sala trabocca letteralmente di scarpe, un’altra ancora di vestiti di tutte le misure. In una zona è stata allestita una barberia per gli uomini, con tanto di acqua corrente; non manca mai l’inevitabile partita di calcetto.

Ma il punto in assoluto più popolare di questo luogo di passaggio è un piccolo tavolo di legno gestito da un paio di volontari ungheresi. Sopra le loro teste c’è un cartello, scritto in inglese e in arabo: «Free wi-fi». Una mezza dozzina di batterie sono fissate al piano del tavolino con il nastro adesivo mentre cavetti bianchi spuntano da ogni parte, ancore di salvezza per le decine di cellulari e smartphones di ogni marca e modello che letteralmente succhiano la tanto bramata energia. Appena uno è carico, un altro prende il suo posto e inizia l’invio dei messaggi.
Ricariche e wi-fi erano talmente agognate nella stazione di Keleti, che Greenpeace Ungheria ha eretto una tenda ancora più grande: è sempre affollata all’inverosimile, dal momento in cui apre alla fine della giornata.

Se la comunicazione è importante, per chi compie questa drammatica odissea l’auto-documentazione lo è altrettanto. Sulle spiagge di Lesbo, nel nord-est dell’Egeo, appena un profugo mette piede a terra tira fuori lo smartphone strappa la plastica in cui l’ha avvolto per ripararlo dall’acqua salata e comincia a farsi qualche selfie. È un attimo di gioia – raro, magari unico.
L’importanza degli smartphone è compresa e apprezzata anche da quanti viaggiano senza averne uno. Un giorno stavo scattando delle fotografie con il mio cellulare quando tre uomini che venivano dall’Afghanistan si sono avvicinati e mi hanno domandato se eravamo già in Ungheria. Ho detto loro che no, eravamo ancora in Croazia. Mi hanno creduto solo quando gliel’ho mostrato su Google Maps.

Camminando a notte fonda attorno alla stazione ferroviaria di Tovarnik, al confine fra Croazia e Serbia, vedo che le uniche luci che spezzano le tenebre sono quelle degli schermi dei telefonini. Appartengono a persone che riposano sulla nuda terra, uomini e donne che scorrono le foto dei loro smartphone, che guardano video, che scrivono messaggi. Anche qui, nel mezzo del nulla, la gente riesce a trovare il modo di ricaricarli: un gruppo di uomini è riunito attorno al camion di una televisione satellitare, dove hanno collegato un cavo a un generatore.

Rabea Mohammed poi, non ha mai trovato la linea, là sulla frontiera dell’Ungheria. Ma neanche si sognava di tornare in Serbia, anche se la sua batteria ormai era agli sgoccioli. Gli ho domandato cosa fosse più importante in quel momento, per lui: recuperare un wi-fi e una ricarica oppure cibo e acqua? Nessuna esitazione: «La ricarica».

Patrick Witty

Vuoi ricevere aggiornamenti su questo argomento?

Segui

- Advertisement -spot_img
- Advertisement -spot_img
Latest News

Ecco come cambia il vostro aspetto quando siete stressati

A volte è più facile a dirsi che a farsi, ma una pandemia globale o l'insoddisfazione al lavoro non...
- Advertisement -spot_img

More Articles Like This

- Advertisement -spot_img