giovedì, Maggio 26, 2022

Dare spazio ai negazionisti dei massacri in Ucraina non è pluralismo: è la morte del giornalismo

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La bufala dei cadaveri che si muovono per le strade di Bucha, in Ucraina, devastate dalla 64esima brigata motorizzata dei fucilieri dell’esercito russo. Strampalati piani di pace inclusivi di nomi da dare agli ospedali, come l’ormai celeberrimo Gesù di Mariupol, buoni solo per riempire i fogli di quotidiani in cerca di lettori. Le autoconvocate “commissioni” popolate da chi ha molto tempo da perdere, e da perdere pure male, dove si ascolta l’inascoltabile a firma di un’assortita selva di mezzi nomi in cerca di visibilità o ex grandi nomi che si arrampicano sui vetri della loro defunta autorevolezza. La lunga parabola dei negazionisti delle stragi russe e/o giustificazionisti dell’aggressione del Cremlino all’Ucraina ci sta riproponendo, quasi al limite del déjà-vu, il menu di cui siamo stati ingozzati durante le lunghe giornate di isolamenti e zone rosse nel biennio più duro della pandemia.

Non solo perché – fatto il dovuto turnover fra virologi e presunti esperti di geopolitica – la saldatura di nomi e volti fra no-vax, no pass e questa nuova stagione di presunta opposizione ai soliti piani del Grande Reset è molto chiara. Finita un’emergenza, ci si fionda a lucrare su un’altra. Ma anche perché il negazionismo e il giustificazionismo in chiave filorussa rischiano di essere trattati dall’informazione italiana alla stregua dell’enorme spazio assegnato a chi diceva che il Covid era una montatura o che i vaccini contenevano microchip pronti a telecomandarci. 

Un problema dei talk show

Esiste infatti un grande equivoco fra gli autori e i conduttori dei talk show italiani (e non solo), nel quale credo molti scivolino in buona fede: la convinzione di essere nel giusto deontologico a mettere il microfono sostanzialmente sotto il muso di chiunque, in nome del presunto pluralismo dell’informazione. Ma, a parte che c’è modo e modo di aprire il microfono (un conto è ad esempio raccogliere delle opinioni all’interno di un servizio contestualizzato, un altro invitare al tavolo di un dibattito lungo ore chi non riesce neanche a dissociarsi dalla guerra e punta tutto sullo scontro personale), questa è semplicemente una cretinata da panel di qualche festival: significa al contrario abdicare al proprio ruolo editoriale e giornalistico, intossicare l’opinione pubblica, fare i furbi col dolore degli altri. Decidere di non decidere che quella roba no, non ha alcuna dignità né aggiunge alcunché all’analisi e alla comprensione di quello che sta accadendo.

Anche il pluralismo informativo, infatti, deve consumarsi all’interno di un campo di regole e di principi riconosciuto da tutti: le opinioni neonaziste e neofasciste, ad esempio, sono fuori da questo campo. Non tutte le posizioni sono uguali, insomma, e a chi prepara le scalette e le ospitate delle trasmissioni su qualsiasi mezzo, non solo televisivo, questo dovrebbe essere ben chiaro. E invece non lo è, visto che ci si assume il rischio di blandire quei territori di confine utili solo a chi li frequenta, salvo poi riservare ai telespettatori la solita tiritera per cui, magari all’inizio del programma replicando alle reazioni suscitate dalla puntata precedente, il conduttore spiega di essere fiero di prendersi tutte le critiche in nome del pluralismo giornalistico. 

Semmai è in nome dello share o dei clic che quelle opinioni, talmente estreme da mettersi automaticamente fuori da quel campo di confronto democratico e razionale, vengono trasformate da tesi costruite ad arte a idee degne di essere discusse fra persone intellettualmente decenti. Per farlo occorre ovviamente il solito drappello di fenomeni da baraccone che per mille ragioni o tornaconti personali hanno il coraggio di mettersi in bocca il peggio che si possa pronunciare sulle bombe che cadono sugli ospedali pediatrici costringendo a proseguire le operazioni chirurgiche negli scantinati, sulle scuole o sui rastrellamenti nel ripiegamento dei russi verso la Bielorussia. Così come se lo mettevano in bocca sulle decine di migliaia di morti procurati dal Covid, sulle bare di Bergamo, sui paragoni fra le leggi razziali e il green pass. 

Non facciamo lo stesso errore, anche perché stavolta potrebbe essere esiziale: abbiamo già permesso loro di  pontificare dalla cima della montagna di morti per la pandemia, evitiamo lo scempio di trasformare Bucha, Irpin, Hostomel e le centinaia di altre città martiri dell’Ucraina in buchi neri del surrealismo geopolitico.

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