sabato, Giugno 22, 2024

Fiasco, la serie Netflix che è l'esatto contrario del suo nome

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Forse Une Femme Résistante sarebbe stato un grande film. Ma invece è un film che non esiste: nella realtà, e anche nella finzione di Fiasco, la miniserie francese prodotta Netflix. La storia che il regista protagonista sta girando è quella di sua nonna partigiana, ed è una storia che lui vuole raccontare da sempre: non ha aspettato altro per tutta la vita, per la protagonista è riuscito persino ad avere l’ex starlette Ingrid, sua irraggiungibile cotta adolescenziale. Ma il suo sogno di bambino diventa un incubo, perché tutta la vicenda prende immediatamente una brutta piega fin dal primo giorno di riprese.

In Francia a raccontare le bizzarrie, gli equilibri precari e i disordini di quel microcosmo folle e impossibile che è il set hanno avuto all’inizio degli anni Settanta Effetto Notte di François Truffaut. Noi altresì resteremo perdutamente innamorati di Boris e della pagina intramontabile di meta-cinema, meta-tv e meta-tutto che ha rappresentato. E la serie creata dal 38enne parigino Igor Gotesman si trova esattamente nel mezzo: altro che la poesia e l’introspezione di 8½, qui c’è da portare la giornata, e anche la pellaccia, a casa. E in Fiasco, come da titolo, decisamente non ci si riesce.

I problemi finanziari, le bizze del primo attore, l’incapacità di imporsi e l’improvvisazione del debuttante sono solo il meno, contrattempi quasi trascurabili perché prevedibili, persino nella logica delle cose. Ma la realizzazione di un film può rivelarsi un lungo e fatale piano inclinato, e tra misteri, equivoci e beghe familiari la purezza di un progetto bello e intrigante è compromessa, scivola tra momenti cringe, vicissitudini tragicomiche e una perdita di identità che presto chiede il conto.

Da dove nasce l’ispirazione di Fiasco?

A interpretare il cineasta esordiente Raphaël Valande, alle prese con sabotaggi, ricatti, autogol e ostacoli del cuore è un meraviglioso Pierre Niney (tra gli altri interpreti, François Civil, Géraldine Nakache, Leslie Medina e Vincent Cassel): una presenza fragile, improbabile e adorabile, à la Lundini, anzi, Lundinì. A volte per fisicità, spirito e sguardo sperso sembra davvero un suo alter-ego transalpino, capitato per caso sul set alle prese con una cosa più grande di lui, tra delegittimazione costante, voglia di scappare ma anche desiderio di starci terribilmente dentro. E di pari passo il susseguirsi degli inciampi, degli errori, delle bassezze ma anche della precisione di un sogno e di un’idea, rappresentati in uno stile da mockumentary che evoca The Office e che confeziona tutto in un prodotto squisitamente misurato, insomma divertente, in grado di nobilitare persino momenti cinepanettoniani di incontinenza intestinale. Un prodotto che, soprattutto, anch’esso ci sta pienamente dentro, dentro la sua vicenda e le sue implicazioni.

L’ispirazione della serie, ha spiegato Pierre Niney che l’ha scritta assieme al regista, e che con François Civil forma un terzetto affiatato dai tempi della serie Casting(s), è nata guardando alle disavventure sul set di Babylon A.D., film di Mathieu Kassovitz del 2008 dal quale era nato un anno più tardi il documentario Fucking Kassovitz. Ma fare i conti col fallimento di un film che tra un intoppo e l’altro, uno più grottesco di quello che l’ha preceduto, finiva per finire e basta, era toccato persino a Terry Gilliam. Lo raccontava la tragica magia di Lost in La Mancha, il documentario venuto fuori dalle riprese sospese e poi interrotte del suo Don Chisciotte: anche il quel caso il suo sogno di sempre, e realizzato solo vent’anni più tardi. Lì era tutto vero: il film, le imponderabili traversie, il momento di alzare bandiera bianca e tutto il resto. Qui tutto è sufficientemente e fortunatamente finto. Ma a dire il vero Fiasco e il suo fake movie, Una donna resistente (ma quanto è bello e intrigante persino questo pseudo-titolo?) hanno molto a che fare con verità e finzione, bugia, rivelazione e compromesso.

Il potere della vera comicità

A tre giorni dall’uscita avevano già cominciato a chiedergli della possibilità di una seconda stagione, ma Igor Gotesman è stato piuttosto chiaro, non se ne parla e probabilmente non se ne parlerà mai. Anche perché la sensazione al termine della miniserie di sette episodi, tutti tra i 33 e i 40 minuti, è di qualcosa di compiuto, e compiuto bene. Il debutto in Francia è stato clamoroso: primo posto sulla piattaforma nel giro di quattro ore dall’uscita, un risultato che restituisce il quadro di un lavoro meta-cinematografico accattivante, e decisamente dentro i suoi tempi. Ovvero, la difficile convivenza tra la fascinazione eterna e senza tempo del cinema, e questi così complicati, di tempi: i social, le shitstorm (che i francesi chiamano più poeticamente bad buzz), hackeraggi e ricatti via web, falsi produttori veramente squattrinati, gigantesche macchine produttive e minimi espedienti. In Fiasco la demitizzazione del cinema si misura dentro il suo culto immortale, un sogno duro a morire e il confronto conflittuale con il tempo, con l’artificio e con l’evoluzione (o piuttosto selezione naturale?), a raggiungere il suo apice nell’ultimo pazzesco episodio della serie. Forse come assicurava Mario Monicelli il cinema davvero non morirà mai, ma ogni tanto ce la mettiamo proprio tutta.

Una serie comica e da commedia leggera, così sembra presentarsi su Netflix, che anche nella finzione scenica fa Netflix e interpreta se stessa. Ma Fiasco è molto di più, e dice soprattutto quello che non dice. Allude, si interroga e si dà anche le risposte necessarie tra le righe, riflette su cosa siano oggi il cinema e la serialità, sulla fedeltà artistica a un’idea, su cosa si è disposti a perdere, a sacrificare e lasciare creativamente indietro, sulla cifra autorale ancora superstite, da difendere tra botte da orbi, ricatti e mosse disperate. Mica cose da ridere. E peraltro si ride spesso e volentieri, in Fiasco. Del resto, da Fantozzi in poi, la catarsi del fallimento visto al cinema è qualcosa che funziona dannatamente e democraticamente. E ammettiamolo pure: quanto bene ci fa, sorridere dei fallimenti sullo schermo per fare pace coi nostri?

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